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“Senses of place” è un progetto di ricerca visuale che si è sviluppato sul tema dell’archeologia industriale e dei suoi modelli di rappresentazione sociale e culturale.

La raccolta e la condivisione di fotografie di famiglia, intese come il simbolo di un rapporto radicato nel tempo tra i cittadini e una vecchia fabbrica nel cuore della città di Barletta, ha reso possibile la realizzazione di un archivio digitale partecipato, in cui ogni singolo elemento iconografico è descritto, su diversi livelli di lettura, dal proprietario dell’immagine.

L’incrocio delle singole voci restituisce una narrazione dell’ex-distilleria non lineare, più simile a un percorso aperto, puntellato qua e là da punti di snodo, filtri, intercapedini. Ogni storia, introdotta da un’immagine e poi raccontata in video interviste, rappresenta un personalissimo punto di ingresso nella trama generale dell’avvincente e centenaria vicenda dell’ex-Distilleria.

L’archivio digitale realizzato con un approccio scientifico, antropologico e documentario, rappresenta, aldilà del tema specifico, uno spaccato della società contemporanea del sud-Italia, in relazione al suo rapporto con il Patrimonio storico e culturale che le appartiene.



L'archivio vernacolare e l'immagine molteplice di un luogo

Dai graffiti preistorici a Internet l’uomo ha inesorabilmente
cercato di raccontare
la sua storia quotidiana,
e di conservarne nel contempo la memoria,
senza la quale
non ci sarebbe neppure l’”umanità”,
cresciuta nei millenni
ed evoluta fisiologicamente e psicologicamente,

anche nel sogno di una possibile eternità,
perlomeno in immagine.


{Italo Zannier, Il sogno della fotografia, 2006}

La perdita di un passato troppo vicino per essere compreso è un abisso verso il quale la nostra società si confronta quotidianamente. In particolare, la memoria vivente della seconda rivoluzione industriale in quanto fenomeno culturale, e del suo repentino tramonto verso i tempi nuovi della globalizzazione, si compone di testimonianze molto spesso taciute e che svaniscono nel tempo, con lo svanire di vecchie fotografie ingiallite o sotto le macerie di fabbriche fatiscenti.

Eppure la presenza di ruderi industriali nelle nostre città, così come le immagini che ne documentano l’aspetto, dagli anni della gloriosa produzione a quelli della progressiva decadenza, è la prova di una monumentalità economica che ha modificato irreversibilmente la vita sociale e culturale del Paese, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Fotografia e archeologia industriale sono due tipologie di bene culturale riconosciute come tali dalla legislazione italiana solo nel 1989, con la legge detta " Bassanini" che finalmente definisce come beni e attività culturali "quelli che compongono il patrimonio storico, artistico, monumentale, demoetnoantropologico, archeologico, archivistico e librario e gli altri che costituiscono testimonianza avente valore di civiltà".
La civiltà industriale, presa nella sua interezza, è dunque rientrata molto in ritardo negli impegni pubblici di tutela e conservazione, garantendo lo stesso destino a quelle prodigiose scoperte scientifiche come il cinema e la fotografia. Tale imperdonabile ritardo ha creato un vuoto di opinione intorno ad esemplari, mobili ed immobili, di grande interesse storico-artistico, fino a diffonderne la consuetudine dell’abbandono e del degrado.
Il caso di una vecchia distilleria nel cuore della città di Barletta, rappresenta, in questo senso, un caso davvero esemplare, in quanto oggetto di una ricerca che nella condivisione pubblica delle fotografie private ha ripercorso le tappe di una storia che interessa la fabbrica, in differenti e variabili contesti, familiari, sociali e culturali. Nell’ambito di un’indagine documentaria ed antropologica, la telecamera si è sostituita alla scheda catalografica di questo ricchissimo archivio nascosto, ed ha registrato ogni ricordo che la fotografia ritrovata suscitava negli occhi degli autori o dei proprietari delle immagini. Con questi video-racconti, ambientati sulle tracce presenti di un’epoca già vissuta, il destino dell’area archeologico-industriale scava nella memoria visiva delle persone e le invoglia al racconto privato di una vicenda dolorosa, affascinante e delle volte persino di poco conto. Ogni fotografia rappresenta la soglia visiva di un passato nostalgico o di un presente inconsolabile, entrambi svelati negli sguardi, nei gesti e nelle parole che seguono la fissità dell’immagine. Il cambio di prospettiva è l’elemento che attraversa questo archivio multimediale in maniera trasversale, lasciando che il passaggio da un media ad un altro presupponga un cambiamento della dimensione temporale. Ogni immagine può rompere l’illusione dello scatto immobile per introdurre il racconto animato di se stessa sotto forma di video, mentre la provenienza dei soggetti rappresentati si alterna tra passato e presente.
L’idilliaco mondo industriale non ancora pervaso dalla criticità dei rapporti di classe; i nuovi interessi economici che a partire dagli anni Settanta condussero l’intero stabilimento alla chiusura; la caparbia con cui un movimento di cittadini indusse la Soprintendenza regionale a porre il vincolo di tutela sull’ex-distilleria; l’ombra della speculazione edilizia, troppo allettante per essere sacrificata al bene comune; la voce di un ragazzo di dodici anni che in quella fabbrica non riconosce che solitudine e ruderi inermi. Ogni fotografia introduce una storia privata che puntualmente si intreccia con una storia più ampia, inserita nella dimensione locale, prima, e in quella nazionale, poi. Dal particolare al generale, il singolo documento acquista il suo reale valore nel complesso unitario della raccolta, cresciuta nel tempo e attraverso attività di ricerca e selezione. La storia si costruisce, infatti, nell’universo infinito della fotografia “vernacolare”, quella che attiene alla sfera privata e amatoriale e che conserva tutto quello che della realtà ritiene più caro e rilevante da svariati punti di vista.
La selezione compiuta sulla molteplicità di tale fonte iconografica guarda il racconto dell’ex-distilleria di Barletta, come qualcosa in perenne divenire, che dalla fine dell’Ottocento si arricchisce in ogni nuovo scatto fotografico. Sulle linee di quell’innata consuetudine dell’uomo di raccontare la sua storia quotidiana, e di conservarne nel contempo la memoria, l’archivio di Senses of Place continua la sua ricerca rintracciando, nello sguardo di chi vive o ha vissuto l’area dell’ex-distilleria, un nuovo impulso al racconto e alla riflessione contemporanea.

Michela Frontino


Le tappe fondamentali nella storia dell’ex-distilleria di Barletta

1882 – Fondazione della distilleria di Barletta.
L’ex-distilleria è stata uno dei più grandi e importanti stabilimenti dell’industria agroalimentare del Sud Italia. Nella sua lunghissima vita ha svolto una fiorente attività fondata su cicli produttivi fortemente integrati con le produzioni agricole locali ed in particolare con quella vitivinicola. Accanto a diverse qualità di alcool vi si produssero brandy, grappa, olio e lievito. Essa nacque per sfruttare su larga scala gli scarti e le eccedenze del ciclo vitivinicolo e di altre produzioni agro-alimentari (melasso, fichi, carrube e vinacce). Persino i residui delle lavorazioni vi venivano riutilizzati per la combustione. Essa, dunque, istituì all’interno dell’economia locale un modello produttivo tendente all’utilizzazione integrale delle risorse, garantendo quello che oggi si potrebbe definire un basso impatto ambientale*.

1967 - Cessione dello stabilimento
La Distilleria viene ceduta alla D.E.C.A. S.p.A. del gruppo Eridania col preciso scopo di chiuderla e liquidarla.
Contro la decisione di chiusura insorgono i sindacati. Dopo un lungo periodo di agitazioni e occupazione, per intervento del Governo la Distilleria viene rilevata dall'Ente Regionale di Sviluppo dell’Agricoltura Pugliese che la cede a sua volta ad una società ‘affiliata’: la Centrale Cantine Cooperative.

1968/1976 - Il canto del cigno
In questo decennio lo stabilimento quasi centenario vive una seconda giovinezza effettuando lavorazioni che, per quantitativi di prodotto e per risultati economici, vengono considerati eccezionali. Poi entrerà definitivamente in crisi e sarà avviato alla chiusura.

1980/1987 -  Con una serie di Delibere, il Consiglio Comunale di Barletta trasforma la destinazione del suolo della fabbrica in “area ad uso residenziale”, in variante al Piano Regolatore. Nello stesso periodo, nella zona industriale di Via Trani, viene costruita una nuova distilleria che avrà una vita produttiva brevissima per problemi tecnici.  

1988 - La Centrale Cantine Cooperative (proprietaria della fabbrica) viene posta in “liquidazione coatta amministrativa”.

1990 - Le associazioni barlettane che daranno vita al Forum per il Riuso dell’Ex Distilleria (F.R.E.D.) ottengono un Decreto di Tutela dello storico complesso dal Ministero dei Beni Culturali. L’amministrazione comunale di Barletta insieme ai liquidatori della Centrale Cantine Cooperatve - proprietaria dell'ex-distilleria - fa ricorso al T.A.R contro lo stesso decreto di tutela del Ministero. Il ricorso verrà ritirato nel ’91.

1992 - Il FRED presenta una proposta alla magistratura per denunciare lo stato di degrado dell'ex-distilleria. I commissari liquidatori della società proprietaria vengono rinviati a giudizio.

1995 – L’Amministrazione “Fiore” stanzia 5 miliardi per le voci del bilancio comunale sulla conservazione e acquisizione dell’area di interesse archeologico-industriale, e sullo studio di fattibilità e realizzazione di un piano di recupero necessario ad un’eventuale acquisizione pubblica. Il piano, coordinato dall’Arch. Gasparrini, viene presentato alla Regione Puglia con una richiesta di finanziamento, perché l’area sia destinata ad uso pubblico e la variante urbanistica degli anni ’90 venga annullata definitivamente.
Il TAR conferma il ritiro del ricorso fatto dal comune nel 1990 ma i liquidatori della Centrale Cantine Cooperative presentano un secondo ricorso contro il vincolo, per annullare la sentenza del TAR al Consiglio di Stato. Il comune di Barletta si costituisce, allora, al fianco del FRED per la difesa del vincolo.

1998 - Il FRED riprende in modo incalzante la sua iniziativa dopo i gravi atti vandalici a danno delle strutture della fabbrica e per l'acuirsi del suo stato di degrado.
Incontro (07.10.98) fra il Sindaco di Barletta, il Soprintendente ai Beni AA. AA. AA. SS. E un’esponente del FRED. In questa sede il Soprintendente esprime «la propria disponibilità a formalizzare, in tempi rapidi, il consenso all’esproprio, a seguito di motivata istanza del Sindaco, purché I'esproprio stesso sia finalizzato alla tutela, al recupero e alla riqualificazione urbana del complesso, avvalendosi di apposita variante urbanistica».

1999 – Il movimento politico-sociale portato avanti dal FRED porta il Consiglio comunale a procedere con l’iter dell’acquisizione del piano Gasparrini e della cancellazione della variante urbanistica che avrebbe cambiato la destinazione d’uso dell’area.

2004 – Il Comune di Barletta acquisisce l’area dell’ex-distilleria destinandola all’utilizzo pubblico ed emana l’avviso “Contratto di quartiere 2”, per la presentazione di progetti di recupero dell’area, da parte della cittadinanza.

2011 – L’ex-distilleria, restaurata solo in parte, entra nella rete dell’iniziativa regionale dei “Laboratori urbani”, gestiti da enti privati all’interno di strutture d’interesse archeologico-industriale.

*Ottavio Marzocca, in "Escmotage", n. 10, 1991